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Ritiro sociale: quando la stanza diventa certezza

Pubblicato il: 17 Dicembre 2025
Pubblicato il: 17 Dicembre 2025

Scritto da:

Veronica Bacchelli

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Il ritiro sociale è una forma di sofferenza che attraversa in profondità questo tempo storico. Ragazzi e giovani adulti smettono di andare a scuola o all’università, si chiudono in casa, spesso in una sola stanza, e spostano la loro vita in un altrove digitale: videogiochi online, chat, community, streaming.

Che cosa chiamiamo oggi “ritiro sociale”?

Sul piano fenomenologico, il ritiro sociale indica una riduzione drastica e prolungata dei contatti con il mondo esterno: scuola o lavoro abbandonati, quasi totale assenza di relazioni in presenza, vita organizzata attorno alla casa e, sempre più spesso, a uno schermo. Quadri simili sono stati descritti con il termine hikikomori in Giappone, dove la chiusura in casa per almeno sei mesi, con forte compromissione della vita quotidiana, è ormai riconosciuta come fenomeno specifico.
Il ritiro sociale non coincide con una singola diagnosi. Può incrociare ansia sociale, depressione, tratti evitanti, condizioni del neurosviluppo, ma eccede tutte queste categorie. La clinica contemporanea mostra una sofferenza che nasce in un intreccio stretto fra vulnerabilità individuali e un habitat sociale radicalmente trasformato dalla rivoluzione digitale.

Contenitori sociali bucati: quando il fuori non tiene più

I grandi contenitori simbolici che, per decenni, hanno dato forma e limiti all’esperienza – Stato, Chiesa, scuola, famiglia – non reggono più la funzione di protezione e di orientamento. Lo psicoanalista Kaës li chiama garanti metasociali, ovvero quelle strutture che svolgono la funzione di “tenere insieme” il legame sociale e forniscono coordinate condivise di senso.
In molti contesti, questi contenitori non riescono più a filtrare l’urto con l’esterno: non trasformano le esperienze potenzialmente traumatiche in qualcosa che possa essere pensato, raccontato, condiviso, e faticano a offrire un posto riconoscibile nel mondo. Ne deriva una diffusione di vissuti traumatici che investono non solo il pensiero, ma anche il corpo, manifestandosi in stati di allerta prolungata, una sensazione di precarietà che tende a cronicizzarsi, insieme al timore verso il futuro che attraversa in modo particolare le generazioni più giovani.

Pertanto, il “fuori” tende a configurarsi come uno scenario instabile e difficilmente governabile, attraversato da possibilità di fallimento scolastico o lavorativo, giudizio sociale, crisi ambientale ed economica. Quando il fuori viene vissuto come eccessivo e i contenitori sociali appaiono poco capaci di sostenere questo impatto, il “dentro” della casa e della stanza, assume progressivamente la forma di un rifugio privilegiato, con un senso di protezione che ha però un costo sul piano dei legami.

Dalla paura del reale alla dipendenza dall’habitat virtuale

L’evoluzione del ritiro sociale, spesso, segue una traiettoria riconoscibile:

  • Angoscia del reale: l’uscita di casa, la scuola, l’università diventano progressivamente ingestibili. Aumentano assenze, evitamenti, sintomi somatici prima di uscire. A un certo punto, il soggetto smette di andare.
  • Il web tampona l’angoscia: l’accesso a videogiochi, streaming, community online riduce in modo immediato il disagio corporeo. L’Altro digitale funziona da ansiolitico: distrae, riempie, dà una forma all’esperienza che non passa dal confronto col fuori.
  • Assuefazione al digitale: più il contatto con il reale viene evitato, più la regolazione emotiva viene delegata al web. Gli orari si rovesciano, il corpo si adatta alla veglia notturna e le relazioni in presenza si assottigliano.
  • Il ritiro diventa certezza: il fuori è percepito come imprevedibile e pericoloso, il dentro della stanza accompagnato al device, è l’unica dimensione governabile. Il ritiro si cristallizza come base sicura paradossale.

Il ruolo della famiglia

Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Spesso si inscrive in storie familiari in cui la funzione normativa e affettiva è sotto pressione: gli adulti sono sovraccarichi, a loro volta esposti a un fuori percepito come incerto, organizzati in routine frammentate in cui gli spazi di scambio relazionale sono ridotti. Gli schermi diventano un intermediario costante: i corpi condividono lo stesso spazio, mentre gli scambi affettivi faticano a trovare una forma stabile.
Una delle condizioni ricorrenti individuate nel lavoro clinico è la delega precoce alla tecnologia: tablet e smartphone usati per calmare il bambino, riempire i tempi morti, evitare conflitti o conversazioni difficili – in macchina, al ristorante, a cena. Nel breve periodo funziona: si abbassa la tensione e cala il rumore emotivo. Nel lungo periodo, però, questa scorciatoia impedisce la costruzione di un sistema interno di seeking (Panksepp): la capacità di muoversi verso l’Altro per cercare aiuto davanti all’incertezza affettiva e relazionale.
In molte famiglie in cui avviene il ritiro si osserva che i legami affettivi non hanno avuto il tempo o le condizioni per strutturarsi pienamente sul piano simbolico ed emotivo. La casa può allora assumere la forma di uno spazio abitato da soggettività che condividono i metri quadrati, ma faticano a riconoscersi e a incontrarsi davvero, mentre gli schermi mantengono un flusso continuo di stimoli che non si traduce in scambio relazionale.

Il lavoro con i genitori: riconoscere le fughe emotive del sistema familiare

Intervenire sul ritiro sociale senza coinvolgere in modo significativo i genitori e le figure di riferimento rischia di ridurre il lavoro clinico a un’azione parziale, che non tocca i contesti in cui il sintomo si organizza e si mantiene. Il lavoro clinico con le famiglie punta prima di tutto a far emergere i pattern di evitamento dei carichi emotivi: il modo in cui la comunicazione si blocca non appena compaiono conflitti, tristezza, rabbia o vergogna.
Spesso, di fronte ai segnali di allarme, gli adulti oscillano fra minimizzazione (“è solo un periodo”) e richiami moralistici alla responsabilità (“devi impegnarti di più”, “basta scuse”). Potrebbe essere fuorviante chiedere a una soggettività ancora in costruzione di prendere le proprie responsabilità nei termini consueti dell’età adulta. Di fronte a richieste troppo complesse o troppo frontali, è più probabile che compaiano forme di risposta reattiva come chiusura, opposizione e ritiro, piuttosto che un’assunzione riflessiva di responsabilità.

Il lavoro con i genitori consiste nel:

  • nominare il vuoto, la paura, il senso di fallimento che circola nel sistema familiare;
  • ridurre la delega alla tecnologia come regolatore unico degli stati emotivi;
  • sostenere compassionevolmente la loro fatica, senza colludere con la fantasia che “basti togliere il telefono” per risolvere il problema.

Il lavoro del terapeuta con i ritirati sociali

Con i ragazzi e le ragazze ritirate, il cuore del lavoro non è “farli parlare”, ma costruire contenitori: spazi, relazioni e tempi in cui l’attivazione corporea possa gradualmente essere regolata in presenza dell’Altro. Il tentativo di attivare subito riflessione e responsabilità, ad esempio attraverso il silenzio analitico o domande del tipo “cosa pensi di quello che ti accade?”, spesso non fa che aumentare le risposte di freezing, dissociazione e ansia.

Questo lavoro implica:

  • Esistere per l’altro: essere una presenza affettiva sufficientemente affidabile, attenta ma non intrusiva, che rimane anche quando il paziente si ritrae dal contatto.
  • Riconoscimento reciproco: non solo il terapeuta che guarda il paziente, ma anche il paziente che percepisce il terapeuta come essere umano coinvolto, non solo come funzione tecnica.
  • Sintonizzazione corporea: attenzione ai segnali di arousal (respiro, postura, sguardo), uso mirato del ritmo, della voce, delle pause, prima ancora che delle parole.

Quando questi ragazzi incontrano una presenza umana sufficientemente stabile da tollerare silenzi, chiusure e oscillazioni, e abbastanza coinvolta da non ridurli al loro sintomo, talvolta diventa possibile un primo, minimo movimento di apertura. Sotto le difese reattive prende forma, in modi spesso poco visibili, un bisogno di riconoscimento e di legami che l’habitat digitale intercetta solo in parte e che richiede, per essere elaborato, un Altro in carne e ossa.

Dal ritiro come certezza a nuove forme di legame

Il ritiro sociale nell’epoca digitale è una risposta radicale a un mondo che molti giovani percepiscono come ingestibile, incoerente e non abitabile. Il digitale offre un habitat alternativo che permette di sopravvivere, ma al prezzo di una soggettività messa tra parentesi.
L’obiettivo della cura non è semplicemente “staccare la spina” o riportare il ragazzo “nel mondo reale” come se nulla fosse: è costruire, passo dopo passo, le pre condizioni che rendono possibile l’incontro con l’Altro, di modo che non sia vissuto come puramente minaccioso. Significa creare esperienze nuove, in cui il corpo possa non solo difendersi, ma anche sentirsi coinvolto e riconosciuto.
Come trasformare un ritiro sostenuto dal digitale in un movimento, anche minimo, verso legami umani che possano tornare a fare da base sicura?
È qui che si gioca, oggi, la partita più complessa – e più urgente – della clinica con i ritirati sociali.

 

BIBLIOGRAFIA

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  • Scognamiglio, R. M., Russo, S. M., & Fumagalli, M. (2024). Il narcisismo del You: Come orientarsi nella clinica digitalmente modificata. Mimesis Edizioni.
  • Kaës, R. (2005). Il disagio del mondo moderno e la sofferenza del nostro tempo: Saggio sui garanti metapsichici. Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica, 2, 57–66.
  • Panksepp, J., & Biven, L. (2014). Archeologia della mente: Le origini neuroevolutive delle emozioni umane. Raffaello Cortina Editore.
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  • Russo, S. M. (2023). I figli della porta accanto. La “certezza” del ritiro sociale (1): Ritiro sociale e clinica digitalmente modificata, nuove sfide terapeutiche. Psicologia Psicosomatica, 46. https://psicologiapsicosomatica.com/2023/10/31/ritiro-sociale-e-clinica-digitalmente-modificata-nuove-sfide-terapeutiche/ Psicologia Psicosomatica+1
  • Tajan, N. (2015). Social withdrawal and psychiatry: A comprehensive review of hikikomori. Neuropsychiatrie de l’Enfance et de l’Adolescence, 63(5), 324–331. https://doi.org/10.1016/j.neurenf.2015.03.008
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    Teo, A. R. (2010). A new form of social withdrawal in Japan: A review of hikikomori. International Journal of Social Psychiatry, 56(2), 178–185. https://doi.org/10.1177/0020764008100629
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